“Niente fissa una cosa nella memoria tanto quanto il desiderio di dimenticarla.”
Michel de Montaigne (1533-1592)
(Ricordo il volume dei suoi Saggi, esposto su uno scaffale in camera da letto dei miei, una vita fa)
“Niente fissa una cosa nella memoria tanto quanto il desiderio di dimenticarla.”
Michel de Montaigne (1533-1592)
(Ricordo il volume dei suoi Saggi, esposto su uno scaffale in camera da letto dei miei, una vita fa)
Di solito preferisco usare questo blog come “diario” di pensieri e ricordi personali, più che per commentare fatti di attualità o di politica. Oggi faccio una piccola eccezione, per esprimere una considerazione prettamente personale sull’atteggiamento delle persone in generale, degli Italiani in particolare.
Questo pensiero mi è venuto ieri sera, mentre leggevo, sul mio amato Kindle, qualche pagina di una raccolta di interviste di Enzo Biagi (“Sogni perduti”), giornalista che ho sempre molto amato. Mi è tornata in mente la storia del cosiddetto “Editto Bulgaro”.
Per chi non lo sapesse, con quest’espressione i giornalisti definirono una delle “uscite” di Berlusconi, che, in visita ufficiale a Sofia, intimò indirettamente alla nuova direzione RAI il licenziamento di Santoro, Luttazzi ed Enzo Biagi. Quest’ultimo, allora, conduceva in RAI la trasmissione giornalistica “Il Fatto” (che io non potei vedere, vivevo già da tempo in Germania). Poco tempo dopo, effettivamente, la RAI cancellò la trasmissione, inducendo come scusa una audience non abbastanza elevata (cosa che si rivelò non vera).
Biagi rispose con le seguenti parole:
“Signor Presidente, dia disposizioni di procedere, perché la mia età ed il senso di rispetto che ho verso me stesso mi vietano di adeguarmi ai suoi desideri. [...] Sono ancora convinto che perfino in questa azienda, che, come giustamente ricorda, è di tutti, ci sia ancora spazio per la libertà di stampa. Sta scritto – dia un’occhiata – nella Costituzione. Lavoro qui in RAI dal 1961, ed è la prima volta che un Presidente del Consiglio decide un palinsesto. [...] Eventualmente, è meglio essere cacciati per aver detto qualche verità, che restare a prezzo di certi patteggiamenti.”
Andando a cercare su internet le parole esatte di Biagi, ho fatto, dentro di me, questa considerazione:
Premetto che, pur avendo ancora una certa fiducia in questo governo di Monti, che almeno non è composto da criminali, non posso sostenerlo del tutto: sono un’idealista di sinistra, convinta che dei “Ciellini” bocconiani con redditi milionari e che baciano la mano al Papa non abbiano idea di come viva l’Italiano medio. Premetto anche che, pur non intendendomi affatto di economia, sono convinta che caricare di tasse i cittadini non possa contribuire ad una crescita. Tuttavia c’è una cosa che non riesco a capire: perché le persone alzano subito la voce se qualcuno mette loro le mani in tasca, cioè se si toccano i loro soldi, mentre accettano come una cosa normale che un ricco industriale (quello che al governo c’era prima), che con i suoi soldi compra emittenti televisive, quotidiani e persone, impedisca che nel loro Paese ci sia una vera libertà di informazione?
Le risposte per me sono molteplici: le persone non conoscono il significato della parola democrazia, dalla storia hanno imparato poco o nulla (ahimè, la grande tragedia dell’umanità), e, soprattutto, i beni materiali contano più della libertà.
A questo pensavo, leggendo Enzo Biagi. Continuerò ad ammirare chi apre bocca per rivendicare qualunque tipo di diritto e di libertà.
Quando mi sono licenziata dal lavoro, qualche settimana fa, comunicando che avrei portato a termine l’anno scolastico e poi me ne sarei andata, l’ho fatto con grande leggerezza. Un po’ perché in ogni caso sono stanchissima del mio stato di precaria, un po’ perché comunque la fine dell’anno scolastico è ancora lontana (qui il 31 luglio), un po’ perché lasciare il lavoro secondo me non è un passo poi così definitivo.
Oggi, invece, ho dato la disdetta per il mio appartamento. Ho scritto la lettera, questa mattina, ma ho voluto avvertire i padroni di casa telefonicamente, visto che sono sempre stati gentilissimi. Quasi mi tremavano le mani, mentre componevo il numero.
Ora è tutto così definitivo.
Lascerò questa casa, in cui ho vissuto per sette anni, in cui ogni angolo mi ricorda Camilla e Didone, in cui ogni centimetro quadrato è occupato dai miei oggetti, dai miei libri, dai miei ricordi, le cui pareti sono coperte dai quadri di mio padre, dai miei libri, dalle tracce dei miei ultimi anni di vita.
Lascerò anche questo Paese, nel quale vivo da quasi ventun anni, e che mi ha vista felice, speranzosa, delusa, ferita, addolorata.
Spero si tratti di un nuovo inizio, e non soltanto di una semplice fine.
I miei genitori avevano stretto una grande amicizia, all’inizio degli anni `60, con una coppia di Udine (è una lunga storia, questa, che vorrei narrare in altra sede). Sono rimasti sempre in contatto, e quando sia io e mia sorella che i loro figli eravamo piccoli, si trascorreva molto tempo insieme: almeno una volta all’anno loro venivano per qualche giorno a trovarci, e noi andavamo ospiti da loro. Parlo di visite di almeno un ventennio.
Anche nel 1985 – io avevo vent’anni ed ero all’inizio degli studi universitari – i miei genitori e mia sorella andarono, se ben ricordo nel mese di settembre, per qualche giorno a Udine, mentre io rimasi a casa, probabilmente per impegni di studio. Ricordo che, quando la mia famiglia partì per quella breve vacanza, raccomandai scherzosamente a mio padre di portarmi un regalo.
I regali che mi faceva mio padre erano esclusivamente libri oppure dischi. Quella volta decise di regalarmi un disco. Dal momento che lui, esperto di musica classica, operistica e jazz, di musica pop e rock si intendeva invece poco, dovette “documentarsi”. Ovviamente uno come lui non si sarebbe (fortunatamente) mai fidato semplicemente delle hit parade o dei consigli di qualche commesso dei negozi di dischi. Prima di scegliere che cosa regalarmi, acquistò addirittura alcune riviste di musica pop che gli avevano consigliato come serie e si mise a leggere vari articoli di critici musicali.
Fu così che mio papà mi regalò il 33 giri “Born in the USA” di Bruce Springsteen, che conservo come un cimelio tra i ricordi della mia giovinezza.
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P.S.: Non amo le versioni dal vivo, ma dal momento che le leggi tedesche su YouTube bloccano quasi tutto, non ho trovato di meglio. Questo è uno dei brani che preferivo – e preferisco.
Ieri sera ho attraversato la città in tram per recarmi ad una (noiosissima) festa di compleanno. Avevo dimenticato a casa il mio Kindle, così mi sono seduta vicino al finestrino, per potermi almeno distrarre osservando lo scorrere degli edifici.
Ad un certo punto, ho visto un cane correre sul marciapiede. Era un cane di taglia medio-grande, dal pelo marrone chiaro, non mi pare appartenesse a qualche razza che conosco. Correva velocissimo, quasi quanto il tram; solo, ma con un collare. Non si capiva a chi appartenesse.
Ad un certo punto, senza fermarsi, ha attraversato l’incrocio, costringendo le auto a frenare bruscamente. Sul tram c’erano delle ragazzine che gridavano spaventate, un’automobile è riuscita a schivarlo per un pelo. Chissà che shock per chi la guidava.
Non so per quale motivo, la vista di quel cane che correva all’impazzata, fuggendo da non so chi o che cosa, incurante del traffico cittadino, mi ha scaraventata improvvisamente in uno stato di tristezza insopportabile.
Chissà quale destino lo aveva indotto a quella fuga, e chissà quale destino lo avrà atteso, poi.
Il mio pc, la mia tazza di caffellatte, Twitter, un buon libro. Mi piace procedere con calma, celebrare quelle poche ore che ho senza impegni. Mi sento quasi tranquilla.
Poi, al di là del mio vetro, partono le campane – che suonano a festa, ma che pur sempre sono malinconiche. Il vicino di casa alza il volume della sua musica, e mi ricorda che spesso, in una vita lontana, era la musica che ascoltava mio padre a risvegliarmi.
Ma mio padre non c’è più. Con la coda dell’occhio cerco Camilla e Didone, che non ci sono più. Chi vorrei accanto a me non è qui.
Allora mi rendo conto che questa serenità è soltanto un’apparenza, e che il vuoto che sento non può essere riempito.
Tra pochi giorni tornerò in Italia per le vacanze pasquali. La cosa di cui ho più voglia? Correre.
Sono una persona di città. Mi piace uscire dalle mie tranquille quattro pareti e ritrovarmi in mezzo alla vita, ai negozi, ai locali, ai marciapiedi brulicanti di gente. Ma il paesaggio collinare in cui si trova la casa dei miei è incomparabile, specialmente in primavera, quando i vigneti luccicano verdi e i frutteti si riempiono di fiori.
Allora infilo le mie scarpe da corsa, agguanto il mio iPod e accendo la musica più struggente che ho – e corro, lenta, per le stradine di campagna, senza quasi mai incontrare nessuno, riempiendomi gli occhi di natura e le orecchie di melodia, e lasciandomi alle spalle, per un’ora, il peso della vita.
In queste – qui in Germania alquanto rare – giornate di primavera, attraverso le finestre aperte giungono suoni familiari: bambini che giocano a pallone, qualche rombo di motore distante.
Questi suoni mi riportano alla mia infanzia, quando ancora abitavamo in un quartiere periferico di Verona. Ricordo benissimo quanto sentivo allora, attraverso la porta aperta del balcone, accanto alla quale sedevo sulla mia seggiolina impagliata ad un tavolinetto di legno dipinto di rosso lacca. In primavera si udiva il vociare di bimbi che giocavano nel cortile sul retro, il rombo delle motociclette che passavano veloci sulla provinciale, e, soprattutto la domenica, il rimbalzare delle palle da tennis nei campi da gioco poco distanti.
E, di conseguenza, riaffiorano alla mente il sapore dei chewing gum rosa “Caccia grossa”, il profumo al mughetto di mia nonna, la sigla del Carosello.
Peccato che, nella nostra infanzia, non siamo in grado di comprendere che mai più, nella vita, ci sarà concessa tanta spensieratezza, e che quegli anni, che ci sembrano interminabili mentre li viviamo con la fretta di crescere, svaniranno, e che di loro non rimarrà che qualche sporadico ricordo, risvegliato da un suono sentito casualmente.